IL RISVEGLIO DELLA “PLEBE” di Angelo Ivan Leone


La liberazione in Sicilia ebbe molti effetti: oltre a quello di “risvegliare” dal letargo il fenomeno mafioso, fece ritornare all’ordine del giorno tutta una serie di istanze sociali che il fascismo aveva cercato di comprimere.
La riacquistata libertà portò i ceti popolari ad organizzarsi in quei Partiti di massa (sostanzialmente i Partiti Comunista e Socialista) che meglio li rappresentavano e tutelavano i loro interessi. Proprio ad opera di un ministro comunista, l’onorevole Fausto Gullo, si ebbero dei decreti che andarono a tutto vantaggio soprattutto dei contadini del meridione in generale e della Sicilia in particolare. Tali decreti portarono ad un riaccendersi di un’animata lotta di classe da parte delle masse popolari per far valere i propri diritti.
“Era il decreto Gullo dell'ottobre del 1944 quello che sollecitava l'applicazione del decreto che disponeva la concessione delle terre incolte e mal coltivate ai contadini riuniti in cooperativa. Su queste basi cioè sul fondamento della legittimità di queste rivendicazioni si è sviluppato, in tutta l'Italia meridionale, oltre che in Sicilia, un grande movimento a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di contadini e di cittadini, uomini e donne, vecchi e giovani.
E' stato un grande sussulto che in altre occasioni io ho chiamato la seconda resistenza, la prima contro l'oppressione tedesca durante la guerra, la seconda contro l'oppressione e la miseria della grande proprietà fondiaria.”
Questo fenomeno, chiamato dal Renda “seconda resistenza” , ha la sua spiegazione nel tentativo da parte delle masse contadine di liberarsi per la prima volta da secoli, forse millenni, di servaggio coatto nelle rendite fondiarie. La paura della marea rossa terrorizzò veramente i proprietari terrieri, anche perché si fecero portatori di queste istanze uomini dalle indubbie capacità. Questi uomini, sia politici che sindacalisti, furono fatti in seguito atto di una vera e propria caccia all’uomo da parte della repressione mafiosa del fenomeno stesso. La repressione fu tuttavia non solo siciliana, ma fu attuata in tutto il contesto meridionale perché il risveglio delle masse andava a scardinare equilibri divenuti quasi dogmi della società del Mezzogiorno.
“Un dato che non dobbiamo dimenticare è che le repressioni siciliane non furono soltanto un caso particolare, perché anche nel Mezzogiorno d'Italia avvenne qualcosa del genere e non dimentichiamo che mentre La Torre veniva arrestato a Bisacquino, a Melissa venivano uccisi uomini e donne che occupavano le terre.”
La riforma agraria fu un'altra grande sfida all’ “ordine” che da secoli era stato imposto in tutto il Mezzogiorno.
“La legge di riforma agraria ebbe un rilievo ancora più ampio. Io mi permetto di insistere, in modo particolare davanti a questi giovani, nel dire che la legge di riforma agraria ha distrutto una società agraria antica e una struttura sociale anch'essa antica quanto ingiusta che durava in Italia da mille anni. Quindi ci troviamo dinanzi un provvedimento che incide su una struttura millenaria che la distrugge. Spero che qualcuno ricordi il famoso detto di Plinio che: i latifondi hanno rovinato l'Italia.
Plinio diceva questa espressione al tempo dell'impero romano e da allora in poi i latifondi si diffusero tanto in Italia e la Sicilia divenne la terra dei latifondi. Per duemila anni la società siciliana è stata quindi dominata dai latifondi.”
Il Renda certamente esagera con i suoi toni millenaristici ma non dobbiamo dimenticare che la riforma agraria, così come i decreti Gullo, furono combattuti con ogni mezzo lecito e illecito, più illecito che lecito a dir la verità, dai maggiorenti siciliani e meridionali perché essi si sentivano minacciati nella loro stessa sopravvivenza come casta più che ceto.
“Cioè la riforma agraria distrugge il latifondo e provoca la scomparsa di una classe di proprietari che aveva dominato la Sicilia per duemila anni, e naturalmente tutto quel po’ di ricchezza che poteva esserci nell'isola, e non era poca, veniva assorbita da questa classe possidente. La legge di riforma agraria ha completamente cambiato questo stato di cose. Corleone di oggi non è paragonabile alla Corleone di cinquanta anni fa, non solo perché oggi possiamo anche riunirci in luoghi dove prima c'era la mafia, ma anche perché le cose sono cambiate profondamente anche dal punto di vista del vivere civile.”
Uomini come Pio La Torre furono gli alfieri di questa battaglia in difesa dei ceti popolari e dei loro diritti; la sua vicenda umana e politica è per molti versi simile a quella dell’oscuro ragazzo di Cerignola: Giuseppe Di Vittorio che divenne proprio in quegli anni laeder della C.G.I.L. (Confederazione Generale Italiana dei Lavoratori). La vicenda di La Torre rappresenta un fulgido esempio di riscatto non solo generale ma personale dei ceti popolari meridionali.
“Chi era La Torre? La Torre era figlio di un contadino, un contadino di una borgata di Palermo e, da che mondo era mondo, i figli dei contadini finivano sempre per fare i contadini. Non c'era altra alternativa, così era avvenuto per secoli e invece La Torre, figlio di contadini, non solo non fa il contadino, ma frequenta l'università prende la laurea in scienze politiche e diventa un grande personaggio della politica in quanto fu un grande dirigente che dalla gavetta arrivò alle massime cariche regionali e nazionali. La Torre infatti, figlio di contadini, all'inizio lavorò alla Federterra provinciale di Palermo, poi fu Segretario della Camera del Lavoro di Palermo, poi ancora Segretario Regionale della CGIL siciliana, poi Segretario Regionale del Partito Comunista Italiano. Poi da Palermo fu chiamato a Roma e qui divenne membro della direzione del Partito e membro della segreteria diretta da Berlinguer. Poi fu nominato responsabile della Commissione per il Mezzogiorno del PCI e poi rappresentante, in sostituzione di Li Causi, del Partito Comunista nella Commissione Parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia.
Quindi un figlio di contadini che diventa grande dirigente politico nazionale.



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