PERCHÉ VOTO NO AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA? DI Antonio Foti Valente
Le motivazioni per votare NO al referendum costituzionale sulla magistratura sono troppe per essere esaustivamente descritte nelle poche righe di seguito, ciò nonostante vale la pena rimarcare alcune delle stesse perché relative ad un patrimonio di valori e prassi costituzionali condivise e indipendenti dall’orientamento politico, se quell’orientamento è fedele all’arco costituzionale.
Chi scrive viene da una formazione forense del tutto consapevole dei limiti della giustizia e del discrimine fondamentale che il garantismo e le garanzie del reo costituiscono tra stato di diritto e stato dell’arbitrio, dove queste ci sono c’è democrazia, dove non ci sono si è di fronte ad una forma di autoritarismo.
Come noto, la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, che nelle parole dei sostenitori della riforma servirebbe a spezzare la pretesa, ma smentita dai dati, solidarietà tra procure e giudicante, per quanto sbandierata resta parte pressoché residuale della riforma, che si concentra invece sulla significativa rideterminazione degli assetti di autogoverno del potere giudiziario tutto, in seno al consiglio superiore della magistratura. È di tale organo che si prevede lo smembramento in addirittura tre organi, un csm per le procure, uno per i giudicanti e poi un’alta corte di dubbia compatibilità con il diritto costituzionale di ogni cittadino, magistrati compresi, di ricorrere per cassazione ogni decisione dell’autorità giudiziaria.
Concludendo sulla separazione, è noto come la riforma cartabia abbia prodotto una sostanziale separazione delle funzioni a costituzione inalterata, rendendo possibile ad ogni magistrato di passare dal giudicante alla procura, o viceversa, una sola volta in tutta la vita. Le relative statistiche palesano come questa dinamica riguardi scarse tre decine di giudici a fronte di quasi diecimila magistrati in tutto il Paese.
Vi è poi la questione del sorteggio, relativa alla componente togata di questi nuovi organismi che, se la riforma venisse approvata, sostituirebbero il consiglio superiore della magistratura. Ad oggi la componente togata dell’organo di autogoverno della magistratura corrisponde ai due terzi del totale dei componenti dell’organo, un terzo vengono eletti dal parlamento tra avvocati e professori di diritto d’esperienza.
I magistrati ordinari che occupano gli scranni della “quota togata” oggi sono eletti democraticamente dai loro colleghi, quindi si presentano volontariamente alle elezioni, e liberamente vengono votati attraverso le diverse liste candidate, che sono specchio delle diverse sensibilità dei magistrati. Le correnti nel CSM non sono altro che l’omologo dei partiti per il parlamento, parlare di una loro abolizione è un discorso pericoloso, che scredita il valore democratico del pluralismo e della dialettica tra sensibilità diverse. Ad ora le liste più rappresentate nel csm sono collegate a correnti della magistratura di destra e centro destra.
Se la riforma dovesse essere approvata, nei nuovi csm spezzettati non solo sarebbero ribaltate le proporzioni tra parte togata e parte politica, ma i magistrati di tutta italia perderebbero il diritto di scegliere democraticamente i loro rappresentanti presso il csm, che verrebbero invece sorteggiati tra tutti i magistrati di legittimità. Quindi non solo non verrebbero più scelti democraticamente, ma i sorteggiati dovrebbero assumere l’incarico indipendentemente dalla loro volontà e preparazione a svolgere il compito ordinamentale, ben diverso dall’ordinaria attività di un magistrato. Forse si aprirebbe la strada ad una sequela di rinunce fino ad individuare un sorteggiato, o ri-sorteggiato, o ri-ri-sorteggiato, disponibile. Il condizionale è d’obbligo perché la soluzione di tale dubbio non è contemplata dal testo ed è rimandata alla legislazione ordinaria per il dettaglio.
Ed è qui che emerge un ulteriore vulnus evidente della riforma, invero molta parte della disciplina applicativa, come ad esempio le modalità, la lunghezza dell’elenco da cui il parlamento dovrebbe eleggere i componenti dei nuovi csm è del tutto rimandato alla legge ordinaria. Non solo l’incertezza e il vuoto per l’immediato post riforma nel caso in cui prevalessero i sì, ma al contempo la certezza assoluta che con il rimando alla legge ordinaria anche una cosa così delicata e ordinamentale diverrà terreno di becero scontro politico da modificare ad ogni cambio di governo o anche solo di maggioranza.
Oltre alla breve disamina di alcuni degli argomenti tecnici che rendono plateale la catastrofe giuridica e costituzionale che seguirebbe alla vittoria del sì, occorre fare dei cenni alle questioni più eminentemente politiche che emergono dalla riforma. La suddescritta azione del csm non può che essere liquidata come l’ennesimo tentativo, che in Italia appartiene culturalmente alla sola destra, di porre la magistratura e in particolare le procure sotto il controllo dell’esecutivo, attraverso un autoritarismo progressivo, strisciante, solo apparentemente omeopatico. Questa riforma assieme alla stretta repressiva del decreto sicurezza, al premierato, alla corte dei conti rende palese il disegno politico di un governo e di una maggioranza che intendono seguire l’esempio di Orban e Trump e scardinare uno ad uno tutti i contrappesi e i poteri di garanzia della democrazia italiana, dopo la magistratura sarà il momento del presidente della repubblica. L’obiettivo è politico ed epocale: stabilire il principio per cui chi ha il consenso elettorale non deve essere sottoposto a limiti e controlli, il consenso elettorale come lasciapassare per un potere assoluto e incontrastato. La democrazia è cosa diversa dai plebisciti corporativi, e richiede equilibrio tra i poteri e rispetto delle istituzioni di controllo. L’alternativa è il potere politico che controlla le procure e ordina indagini sui nemici politici, o come dice la premier, “della nazione” anche creandosì le occasioni ad arte, come già accade in altri paesi occidentali.
Chissà se, con la riforma costituzionale in parola in vigore, si sarebbe mai venuto a sapere ciò che è accaduto nella tragica vicenda di Rogoredo, con le procure sotto il tallone della politica nel decidere su cosa indagare e su cosa no, specie con un governo come il nostro che dopo pochi minuti dal ritrovamento del corpo aveva già deciso come erano andate le cose.
Giustizia, in democrazia, è prima di tutto giustizia contro l’abuso del potere, di ogni potere. Votare No significa difendere questo valore cardine dell’occidente dalla rivoluzione francese e americana fino ai giorni nostri.



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