LE RAGIONI DELLA MIA MOTIVATA E CONVINTA SCELTA DI VOTARE NO di Giuseppe Lumia




REFERENDUM DEL 22-23 MARZO


LE RAGIONI DELLA MIA MOTIVATA E CONVINTA SCELTA DI VOTARE NO

di Giuseppe Lumia



La competizione elettorale sul referendum costituzionale intorno alla separazione delle carriere dei magistrati è entrata nel pieno della contesa. Anch’io ricevo molte richieste per esprimere la mia valutazione e il mio giudizio. 


A quanti in particolare mi sollecitano a dare una mano nella comprensione della strategia di fondo che ha mosso il Governo a procedere surclassando il Parlamento e rifiutando qualunque emendamento, propongo questa chiave di lettura.


Anche in Italia abbiamo una destra che vuole spostare l’asse del potere verso l’esecutivo, a discapito del legislativo, e con questa riforma anche del giudiziario.


Il modello trumpiano poi spinge ancora di più verso la premoderna idea politica secondo cui chi vince le elezioni deve imporsi su tutti gli altri poteri, premiando chi si sottomette e aggredendo chi agisce – anche se magistrati – nel rispetto delle responsabilità assegnate dalla legge, nel caso italiano in coerenza con la Costituzione repubblicana e con i valori e i diritti stabiliti in sede europea e sanciti dalle norme internazionali.


Il bilanciamento dei poteri è un principio costitutivo della democrazia, non è un capriccio della magistratura, sempre per riportarci alla contesa referendaria. Le vere democrazie si articolano in pesi e contrappesi; quando si altera questo equilibrio, si imboccano strade autoritarie e oscurantiste.


Ecco perché anche questa riforma è così cara a una certa idea di potere che le destre pensano di conquistare in tutte le democrazie europee e occidentali. In sostanza, siamo di fronte a un organico disegno teso a stravolgere la nostra Costituzione: con questa riforma si intende ridimensionare il potere giudiziario, con l’altra riforma sul premierato si punta a limitare il potere legislativo, con la riforma sull’autonomia differenziata si mira a ridurre il principio di uguaglianza sociale e territoriale, soprattutto nei settori del welfare legati alla sanità, alla scuola e alle infrastrutture, da mettere nelle mani della discrezionalità del Governo. 


Sfatiamo pertanto l’idea che la cosiddetta “riforma Nordio” sia orientata a separare le carriere tra il PM e il Giudice. La mia convinzione è netta: NO! È bene ribadirlo, già attualmente è consentito un solo passaggio tra le due funzioni nella carriera di magistrato e questo è risaputo che coinvolge un numero esiguo di essi, tanto da non avere alcun rilievo statistico. Tra l’altro, per la migliore formazione del magistrato, la mia esperienza mi detta semmai un suggerimento opposto: fare iniziare la professione di tutti i magistrati nella funzione giudicante e selezionare il requirente (il PM) tra essi, dopo almeno tre anni di concreto esercizio della cultura della prova e della valutazione nel giudizio, che si matura appunto solo nella realtà processuale giudicante. 


Un altro argomento molto usato dai sostenitori della riforma è quello sulla necessità di abolire le correnti interne alla vita associativa dei magistrati, attraverso il ricorso al sorteggio nella scelta dei componenti togati del CSM. Più volte, in Parlamento, quando mi sono occupato di altre riforme sociali, ho sostenuto che non è detto che il migliore medico in sala operatoria sia in grado di rappresentare e guidare le politiche sanitarie. Lo stesso ragionamento vale per gli avvocati: non è detto che il migliore di loro in un’aula di tribunale sia automaticamente il più bravo tanto da meritare di guidare l’Ordine degli avvocati. Ecco perché con il sorteggio si rischia di inviare nell’organo di autogoverno dei magistrati persone del tutto prive di una cultura organizzativa e di una visione d’insieme necessarie a regolare la vita professionale dei magistrati. Nella scelta dei membri del CSM si propone un disallineamento emblematico: la politica usa il sorteggio solo dopo aver selezionato un numero ristretto di rappresentanti, valutati per la loro appartenenza e capacità. Ai magistrati ciò non è consentito; se si voleva essere equi, si sarebbe dovuto adottare il medesimo criterio.


Dobbiamo porci allora un’altra domanda. Con questa riforma si vuole migliorare la giustizia abbreviandone i tempi, migliorandone l’efficienza e la capacità organizzativa? La risposta è altrettanto chiara: NO! Sui tanti manifesti elettorali esposti nelle nostre città e nella comunicazione delle forze politiche di governo, abbondano la propaganda e gli slogan elettorali, ma questi aspetti non sono realmente affrontati. La verità è che, il giorno dopo un’eventuale vittoria del SÌ, non cambierebbe niente rispetto alle legittime aspettative dei cittadini. I problemi esistenti rimarrebbero aperti e anzi, in base alle risorse umane ed economiche che in questi anni il Governo ha riservato al settore della giustizia, la previsione è che potranno solo peggiorare. La mia esperienza mi dice invece che il Governo e il Parlamento potrebbero ottenere risultati positivi solo impegnandosi di comune accordo per affrontare seriamente i veri problemi della giustizia italiana. Segnalo per esempio che bisognerebbe stabilizzare ben 12.000 giovani, preparati e qualificati, da anni inseriti per merito negli uffici dei Tribunali, per evitare di disperdere la professionalità che hanno maturato nel frattempo. 


Allora chiediamoci: se non è vero che con la riforma si vuole separare le carriere e se è pure vero che non migliorerebbe la vita reale dell’amministrazione della giustizia, perché il Governo ha scritto una riforma di tale portata costituzionale? Perché ha imposto queste ampie modifiche della Costituzione al Parlamento, pretendendo che non fosse cambiata neanche una virgola e che si corresse all’impazzata per l’approvazione, mentre non vi è altrettanta velocità per risolvere le questioni sociali decisive per la vita del Paese? 


La risposta è che con la riforma si mette in seria discussione l’architrave della vita democratica: la divisione e il bilanciamento dei poteri. Il Ministro Nordio in più occasioni è stato chiaro al riguardo, sostenendo la necessità di ridimensionare il ruolo dei magistrati e affermare la primazia della politica e del Governo. 


I più avvertiti esperti fanno notare inoltre che questa riforma è l’anticamera di un altro inevitabile cambiamento costituzionale: quello che sottopone il Pubblico Ministero al controllo del Governo. Sarebbe una conseguenza logica. Diversamente, con questa legge costituzionale si realizzerebbe un effetto opposto a quello voluto, perché si attribuirebbe al pubblico ministero un ruolo talmente preminente da mettere in discussione l’equilibrio tra accusa e difesa tanto caro, a buona ragione, anche a molti sostenitori del SÌ. Non basta, è facile prevedere due altri possibili interventi che sottoporrebbero ancora di più il potere giudiziario a quello esecutivo: l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, cosicché sarebbe il governo a stabilire quali reati perseguire prioritariamente, e il passaggio della polizia giudiziaria sotto il controllo del Ministero dell’Interno. Vi lascio immaginare le conseguenze... 


Ecco perché, a quanti mi chiedono qual è il mio orientamento, rispondo che voterò consapevolmente e convintamente NO. 

 

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